
04 Apr Mosaico dell’asàrotos oikos
Il guscio di un riccio di mare, ossi di pollo ben ripuliti, avanzi di crostacei, zampe di gallina, un raspetto d’uva, conchiglie vuote, lische di pesce, fichi, foglie di verdura… e un topolino, che si accinge a rosicchiare un guscio di noce. Così doveva apparire, all’alba, dopo un sontuoso banchetto, il pavimento di un triclinio romano.
In una villa di età adrianea, sul colle Aventino, questa immagine opulenta e festosa viene cristallizzata per sempre, in piccole tessere di pasta vitrea e smalto colorato. L’artista si chiama Eraclito, e lo sappiamo perché su questo mosaico straordinario lascia la sua firma.
Su richiesta del ricco committente, desideroso di mostrare a tutti di che raffinato genere di prelibatezze cibasse i suoi ospiti, Eraclito crea un vero e proprio trompe l’oeil, riproducendo i resti della cena, disseminati sotto il tavolo. Con una incredibile cura per il dettaglio naturalistico, si spinge fino a rappresentare le leggere ombre degli avanzi, che si proiettano sul pavimento bianco.
Così facendo, si inserisce nella tradizione decorativa dell’asàrotos oikos, “il pavimento non spazzato”, nata in epoca ellenistica e attribuita al mosaicista Sosos di Pergamo, del II secolo a.C..
Plinio il vecchio, nella sua Naturalis historia ci racconta che Sosos, a Pergamo, “fece quello ch’essi – i Greci – chiamano ‘sala non spazzata’, perché i rimasugli della cena, e quelle cose, le quali come gettate via si sogliono spazzare dal pavimento, esso li aveva fatti di pezzetti tinti di più colori ” (Nat. Hist. XXXVI, 184).
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