
16 Mar Il Canto di uno stornello
Nel 1867, mentre fuori dalla finestra il mondo cambia tumultuoso: si fanno le rivoluzioni, l’Italia unita e Firenze diventa capitale, tre ragazze siedono al piano e intonano uno stornello.
A suonare è Virginia Batelli, donna amatissima dall’artista che, come nei libretti delle opere ottocentesche, morirà giovanissima di tisi, gettando Lega in una profonda malinconia. In piedi, alle sue spalle, le sorelle Maria e Isolina Bandini cantano e seguono lo spartito con concentrazione.
Il pittore ci racconta un salotto borghese, un interno intimo e protetto, un mondo chiuso in cui rifugiarsi, a conversare, a fare musica, per resistere al precipitoso sconvolgimento della realtà esterna.
La luce inonda la stanza dalla finestra aperta e si riflette sul tendone pesante raccolto da un cordone, sugli eleganti vestiti in taffetà, sulla manica della camicetta bianca e sul legno lucente del pianoforte.
È una luce pomeridiana, calda, che porta con sé il ritmo regolare delle cicale e l’odore di erba secca.
Fuori dal salotto, il profilo della campagna fiesolana. Tra quelle colline, ordinatamente coltivate, i macchiaioli scelgono di ritirarsi, abbandonando una Firenze ormai invasa dalla corte sabauda, ormai troppo moderna e incapace di accogliere la loro dimensione lirica.
E tra i cipressi e gli ulivi danno spazio ad una pittura di genere, legata alle passioni di una quieta borghesia, che è però capace di toccare sentimenti alti. Come quello di rinascita popolare, celebrato, come antagonista del canone accademico, dalle note stesse dello stornello, cantato dalle tre ragazze.
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